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Il Dante di Santino Cavaciuti:

un singolare commento all’Inferno

Il giorno lunedì 30 novembre 2015 alle ore 17 presso la Biblioteca di Filosofia (Sala Baroncelli) dell’Università degli Studi di Genova è stata presentata l’ultima fatica del Prof. Santino Cavaciuti, nostro socio e già docente di Storia della filosofia nella Facoltà genovese di Scienze dell’educazione, durante un incontro che ha avuto quale  tema: Il Dante di Santino Cavaciuti. Un singolare commento all’Inferno. Si è trattato del commento ai canti I-IX dell’Inferno di Dante Alighieri, condotto con un’attenzione particolare agli aspetti stilistici e speculativi di questa parte della Divina Commedia. Hanno presentatoil volume: Gian Giacomo Amoretti, già docente di Letteratura italiana nel corso di Laurea in Filosofia; Paola Ruminelli, già Segretario-Tesoriere della Sezione Ligure della Società Filosofica Italiana; Stefania Zanardi, assegnista di ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova e attuale Segretario-Tesoriere della Sezione Ligure della Società Filosofica Italiana. Il prof. Luciano Malusa, già docente di Storia della filosofia e docente di Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso la Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova, in qualità di Presidente della Sezione Ligure della Società Filosofica Italiana, ha espresso alcune parole sulla grandezza del lavoro di Cavaciuti, e sulla sua figura, quale storico della Filosofia.

L’evento ha avuto un buon successo di pubblico, prevalentemente composto da soci, studenti, amici e colleghi del Prof. Cavaciuti. Al termine dell’incontro è intervenuto l’autore il quale ha ringraziato tutti i presenti ed ha letto e spiegato alcuni passi significativi del suo commento.

 

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Santino Cavaciuti:

una luminosa carriera di docente e studioso

Santino Cavaciuti

      Cavaciuti

Bibliografia degli scritti

Gian Giacomo Amoretti                            Gian Giacomo Amoretti

Si veda a mo’ di esempio come, riguardo al verso incipitario della Commedia, l’autore leghi l’idea del cammino – il “cammin di nostra vita”, ma anche l’andare del pellegrino per i regni dell’Oltretomba – al ritmo stesso, giambico e regolare, del verso, con accenti, più o meno forti, in seconda, quarta, sesta e ottava posizione: che è un modo originale e molto intelligente di evidenziare la capacità di Dante di sfruttare qui ai propri fini espressivi e poetici una precisa potenzialità offerta dalla cadenza giambica nella sua “significazione asemantica”.

In effetti questo elemento formale, cioè la cadenza giambica – ed è necessario ribadirlo – non significa affatto in modo diretto l’idea del cammino (in quanto appunto è una “significazione asemantica”, che cioè non significa nulla), ma può “consuonare” con essa. In altro contesto “consuonerà” con altri significati generici: ad esempio la cadenza ugualmente giambica dell’ultimo verso della Commedia, “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”, si lega proprio alla conclusione del cammino, sposandosi, all’opposto che in questo primo verso, con un’idea di immobilità eterna e di pace finalmente raggiunta.

Un altro bell’esempio di consonanza, fra i tantissimi che potrebbero essere citati, è quello di Inf IX 68, “impetuoso per li avversi ardori”, dove l’interprete fa notare come la stessa parola iniziale, a motivo della sua lunghezza di ben cinque sillabe (tenendo conto della dieresi), “risulta dominante con il suo impeto”, proprio come il vento di cui si parla, mentre l’allitterazione della -r nella seconda parte del verso “esprime” in qualche modo la forza del vento. Senza che la lunghezza della prima parole e poi l’allitterazione della -r significhino di per se stesse l’idea del vento, entrambi questi fenomeni formali si fondono bene, “consuonano” splendidamente con il contenuto espresso dall’endecasillabo.

Invece il rischio incombente in questo tipo di analisi – come si sarà capito – è quello di attribuire ai singoli elementi del significante un loro significato preciso, precedente in certo modo l’orchestrazione del poeta, quasi che il poeta li avesse scelti perché già significavano qualcosa – il che, per quanto riguarda il significante, è assai difficilmente dimostrabile. In questo commento ciò avviene in particolare quando l’elemento formale viene messo in relazione di consonanza non con un significato generico, come è l’idea del cammino nel primo esempio che ho fatto, ma con un significato preciso; e poiché nessun significato preciso – come abbiamo visto – può essere attribuito ad un elemento del significante in quanto tale, la consonanza finisce col risultare indimostrabile e quindi indebita. Proporrò qualche esempio per chiarire questo punto, che a me sembra essenziale sul piano del metodo.

 

Riguardo a Inf II 55 (“Lucevan gli occhi suoi più che la stella”), Cavaciuti osserva che il primo e l’ultimo accento del verso cadono sulla vocale ‘e’, che a suo parere sarebbe “la più semplice, la più adatta a ‘riprendere’ la dolcezza femminile”, mentre l’altro accento sulla sesta “cade su una vocale media, come è la ‘o, prolungata nel dittongo, in una estensione di vocali non forti, analoghe alle movenza appunto femminili”.

In realtà è tutto da dimostrare che la vocale ‘e’ sia “la più semplice”, e quindi in certo modo la più “femminile”, e che il dittongo ‘oi’ possa alludere di per sé alle movenze femminili.

Quanto alla vocale ‘o’, si veda in effetti come la valutazione dell’interprete sia del tutto diversa nel commento a Inf VIII 39 (“ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”: Dante – come si ricorderà – si sta rivolgendo a Filippo Argenti, immerso nello Stige), dove ben tre accenti ritmici cadono su una ‘o’, “con l’effetto – osserva Cavaciuti – di creare un senso di ‘distanza’ e freddezza morale, come è appunto della vocale ‘o’, che non è né aperta né stretta, e quindi risulta più anonima, e in questo senso ‘fredda’”.

Proprio la vocale ‘o’, insomma, che nell’esempio precedente sembrava poter alludere alle grazie femminili, qui invece viene definita ‘fredda’. Ovviamente le vocali, in quanto elementi minimi del significante, sono al contrario totalmente asemantiche e non significano, in quanto tali, nulla. È semmai l’abilità del poeta a far sì che il lettore ricavi quasi l’impressione che le vocali, o qualunque altro elemento linguistico, abbiano acquistato come per prodigio, entro un determinato contesto, un significato preciso e inequivoco.

 

Lo stesso vale per un altro, fondamentale elemento del significante, cioè la disposizione degli accenti; che di nuovo può essere sfruttata, e viene sfruttata, per i propri fini espressivi dal poeta (abbiamo visto con quanta lucidità Cavaciuti lo metta in evidenza riguardo al primo verso del poema), ma non ha di per sé alcun significato preciso.

Così, ad esempio, lo schema dell’endecasillabo che prevede un accento forte di settima è schema non maggioritario ma frequentissimo nell’uso dantesco (lo sarà assai meno in quello petrarchesco, ma ovviamente è un altro discorso) e come tale può essere piegato a diverse, anzi a infinite funzioni espressive, senza però avere un suo significato preciso. Invece l’autore, commentando Inf III 40 (“Caccianli i ciel per non esser men belli”), osserva che “la rottura del ritmo” (ma non vi è in realtà alcuna rottura, se non quella dello schema maggioritario con accento di sesta) “riprende l’idea di ‘rottura’ dell’armonia del Cielo, qualora vi entrassero questi ‘neutrali’”, cioè le anime senza infamia e senza lode.

Lo stesso concetto è ripreso nel commento a Inf V 107 (“Caina attende chi a vita ci spense”). Anche qui l’accento sulla settima “nella rottura del ritmo, riproduce” la rottura della vita dei due amanti: cioè – sembrerebbe – la caduta, la “morte” dell’accento di sesta alluderebbe in qualche modo alla morte di Paolo e Francesca. In realtà è da ripetere che non vi è alcuna rottura di ritmo, perché l’endecasillabo di settima è del tutto canonico in Dante; e se anche vi fosse, non si vede come un fatto puramente accentuativo come la rottura di un ritmo potrebbe “riprodurre”, cioè significare un evento preciso come, in questo caso, l’uccisione dei due amanti e, nell’esempio precedente, la ‘rottura’ dell’armonia del Cielo.

Un’analoga indebita attribuzione di significato a un elemento puramente ritmico si ha nel commento a Inf IV 15 (“e vegno in parte ove non è che luca”). Questa volta ci troviamo di fronte a un normale endecasillabo a minore di quarta e ottava: secondo l’autore, però, l’assenza di accento sulla sesta sillaba, con il “salto” dall’accento di quarta a quello di ottava, significherebbe sul piano del contenuto un analogo “salto” o “distacco”, più precisamente – argomenta Cavaciuti – quello del resto dell’Inferno “dall’isola-Castello dei Sapienti” del Limbo.

In tutti questi casi, certamente, l’intento dell’interprete è di palesare come la forza della poesia si manifesti anche sul piano del significante, “straripi” per così dire sulle sillabe, sulle vocali, sui singoli accenti, senza che quasi alcun elemento resti fuori dalla sua potenza di significazione; e per farlo si impegna in un confronto serratissimo con il testo di Dante: verso per verso e – si può ben dire – parola per parola e sillaba per sillaba. Inevitabili, in un tale più che arduo confronto, le imprecisioni e le osservazioni discutibili; ma anche indubbie le tante acquisizioni critiche sul piano stilistico, che garantiscono nel complesso al commento di Cavaciuti il grande merito di approfondire in modo sostanziale la nostra comprensione della poesia dantesca.

 

Paola Ruminelli           paola_ruminelli

Il Commento della Divina Commedia di Santino Cavaciuti, di cui qui si cercherà di evidenziare alcuni aspetti, inizia dal primo canto quando Dante giunto all’età centrale della vita, avendo smarrito la giusta strada, si trova in una selva oscura, e prosegue sino al canto nono ove si trovano gli avelli infuocati della città di Dite, nei quali sono arroventati gli eretici. Il commento di Cavaciuti accompagna verso per verso il lettore in modo da farlo partecipe della mirabile avventura del poeta attraverso il contatto diretto con il testo, analizzato con attenzione puntuale e cura sapiente.

E’ significativo che Cavaciuti tra la sua ampia produzione filosofica annoveri anche un saggio sulla Teoria linguistica di Benedetto Croce, che agli eccessi dell’ erudizione dei positivisti opponeva il suo concetto di poesia come pura attività fantastica, concezione peraltro sostanzialmente condivisa anche da Cavaciuti attento a rilevare dell’opera dantesca l’alto valore poetico. Non quindi quella di Cavaciuti un’analisi volta a fornire particolari filologici o storici, ma un’analisi intesa a comunicare la perenne vitalità del testo. Da qui l’attenzione alla musicalità del verso, al ritmo, ai suoni presenti nella struttura poetica, all’interpretazione figurale dei personaggi tipica del Medioevo,elementi tutti che veicolano significati profondi. Anche l’allegoria viene spiegata a partire da una situazione poetica  di valore spirituale come avviene, nel canto secondo, nella rievocazione dell’apparizione di Beatrice fatta da Virgilio, maestro e autore di Dante, suo allievo devoto, allegoricamente da intendersi come la ragione. Si apre qui un episodio di pace celestiale, in cui tre donne benedette la Vergine Maria ( la Grazia preveniente), Santa Lucia ( la Grazia illuminante) e Beatrice (la Teologia),sollecitate dal sentimento che ciascuna porta per il poeta si muovono in suo soccorso. A commento dell’episodio Cavaciuti aggiunge una sua acuta osservazione “ Si direbbe che la via della salvezza è affidata alla donna,in contrapposizione alla via del peccato, segnata dalla prima donna :Eva. Siamo di fronte al riscatto pieno della donna.”

Se quindi ,sulla linea di Contini, Cavaciuti nella sua lettura non usa chiavi interpretative precostituite , ma si avvale di approcci diretti al testo , nel suo ruolo di commentatore rimane pur sempre un interprete, che si confronta con l’alterità dell’autore, privilegiando tematiche particolarmente consonanti con la propria apertura esistenziale.

In questo senso vanno spiegati certi richiami utili a sottolineare come il poema dantesco sia opera di una personalità profondamente inserita nella cultura biblico-cristiana fin dall’inizio della Commedia con il verso Nel mezzo del cammin di nostra vita, “come idea fondamentale che riproduce l’espressione del Profeta Isaia(38,10), segnando così il Poema di una tonalità biblica, che si confermerà ulteriormente, qua e là , nei vari canti”.

Tonalità biblica che suggerisce al commentatore soluzioni interpretative che ampliano la significanza del testo, come nel caso del primo personaggio dell’Inferno, individuato da Dante tra gli ignavi, come colui che fece per viltade il gran rifiuto. Per Cavaciuti non si tratterebbe del Papa Celestino V , come ritiene la maggior parte dei critici, ma del procuratore Ponzio Pilato, che si rifiutò di pronunciare il giudizio più importante della storia e che ben si presta ad essere considerato il primo dei vili di tutti i tempi.

Sulla linea del riferimento ai testi sacri può essere letto anche l’episodio dell’incontro di Dante con il concittadino Ciacco sottoposto nel terzo cerchio dell’Inferno all’umiliante pena che il vizio della gola comporta. Dante chiede a Ciacco, s’alcun c’è giusto in Firenze, domanda che può richiamare l’intercessione di Abramo al Signore per la città di Sodoma. Se così intesa la domanda di Dante, spinto dal risentimento per l’ingratitudine della città natale, “significherebbe che implicitamente Dante verrebbe qui ad assimilare la sua città a Sodoma,e con la sorte stessa di Sodoma”.

 

In Dante per altro ricorre anche il tema,si direbbe laico, dell’importanza della fama terrena. Agli spiriti che non hanno agito male in vita e che hanno meritato con le loro azioni di essere ricordati, Dante riserva il primo cerchio della voragine infernale ove le sofferenze sono lievi. Si tratta del Limbo,luogo in cui si trovano tutti coloro che non piangono, ma che non avendo ricevuto il Battesimo esprimono con i loro sospiri la condizione di chi è escluso dalla visione beatifica di Dio. Come ricorda Cavaciuti citando Sant’Agostino essi ”avvertono ormai, e con estrema chiarezza l’essenziale valore del raggiungimento di Dio”,la cui mancanza la gloria terrena,pur degna d’onore, non riesce a sopperire.

D’altra parte l’atteggiamento imbarazzato di Dante che chiede a Virgilio se mai qualcuno fosse riuscito ad uscire dal Limbo,suggerisce a Cavaciuti una annotazione sulla dottrina del Limbo approvata dal Concilio lateranense e dal Concilio di Lione del 1274, ma non inclusa nel Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica.

Dante comunque in questo cerchio fa un importante incontro con i poeti dell’antichità Omero, Orazio, Ovidio,Lucano ,che si uniscono a Virgilio e a Dante, che umilmente si riconosce come sesto tra cotanto senno. Entrato in un nobile castello,posto in luogo luminoso difeso da un fiumicello e cinto alla maniera medioevale da sette alte mura Dante può vedere da un posizione elevata gli spiriti magni della storia greca e romana da Ettore a Enea a Cesare ,Marzia e Iulia . A parte,come era stato in disparte per la sua religione da quella cristiana ,il Saladino esempio delle capacità di quel tempo di saper apprezzare le virtù umane al di là delle divisioni religiose. Segue poi la serie degli scienziati a partire da Aristotele e dai suoi commentatori arabi Avicenna e Averroé ai filosofi greci e romani.

Una sorte di pre- umanesimo dunque questo di Dante, che anticipa il culto dell’antichità classica che affiorerà in maniera sempre più manifesta nel corso del Trecento ? In realtà la cultura del tempo medioevale, da cui Dante proveniva, si sentiva in continuità con il mondo classico tanto da arrivare a trasferire nell’universo cristiano figure mitologiche antiche come avviene appunto nell’Inferno dantesco con Caronte, Cerbero, Pluto, Minosse, le Erinni con Medusa, ma anche le Muse ,interpretate cristianamente come “il soccorso divino” necessario per supportare l’ingegno e la mente del poeta.

 

Tema cardine della Divina Commedia è la capacità propria dell’uomo di improntare la sua vita nel bene o nel male, scegliendo liberamente il suo destino eterno. Come noto la questione della libertà morale è trattata nel Purgatorio, nei canti XVI XVII e XVIII canti centrali dell’intero poema, da Marco Lombardo relativamente all’opinione dell’influsso delle stelle sui fatti umani e da Virgilio con la teoria dell’amore e del libero arbitrio. Tuttavia poiché quello della libertà umana è tema che sta molto a cuore a Dante, in tutta l’opera dantesca, a cominciare dalla prima cantica, tale tema si ripropone quale componente costitutivamente inscritta nell’umano.

Nei primi cerchi dell’Inferno si trovano gli incontinenti, coloro che non hanno voluto opporre resistenza all’assalto delle passioni: i lussuriosi,i golosi, gli avari e i prodighi, gli iracondi. “Tutte le passioni- scrive Cavaciuti nel commento al canto VII dedicato agli iracondi-tendono ad invadere il comportamento dell’uomo: saggio e virtuoso è colui che sa dominare e respingere”l’assalto “ delle passioni”.Tutte le passioni dipendono dal cattivo uso della libertà che i dannati dell’Inferno hanno fatto non preoccupandosi di vincere i vizi con la saggezza della conoscenza e con la forza della volontà.

In questo senso interessante, è l’ampia digressione sulla Fortuna, che Dante inserisce a conclusione dell’episodio degli avari e prodighi, che hanno fatto delle ricchezze materiali la ragione della loro vita. Gli uomini spesso accusano la Fortuna di compiere a caso mutamenti di stato., ma Dante ritiene che la Fortuna sia una intelligenza angelica, che governa al di sopra degli accorgimenti umani. “Esiste una regia- annota Cavaciuti- che governa essa, in ultima analisi le vicende umane, a livello di Nazioni e di grandi casate in modo evidente”. In effetti nella storia vi è un avvicendarsi della fortuna di popoli e di nazioni , che coinvolgono spesso anche le vicende dei   singoli individui portandoli a risentire dell’azione superiore della Fortuna. Ma questo, come precisa Cavaciuti “ non esclude la libertà dei singoli, ma la trascende così da agire anche attraverso le varie libertà dei singoli” .Da parte della Fortuna non c’è offesa alle libertà dei singoli, che anzi possono diventare operative proprio anche grazie a circostanze avverse.

Particolarmente efficace il contrappasso degli spiriti lussuriosi del secondo cerchio che rende al vivo l’essenza del loro peccato attraverso l’immagine del vento impetuoso, evocando ,come sottolinea Cavaciuti   con il suono cupo dei vocaboli il mugghiare della bufera infernal che mai non resta e che percuote continuamente le anime dei peccator carnali, trascinandoli senza posa . Simili a stormi di uccelli che ,come gru si lamentano lugubremente , le anime bestemmiano la virtù divina che ha concesso agli uomini la capacità procreativa ,capacità di cui esse hanno abusato sottomettendo la ragione al talento.

Due spiriti della schiera di Didone che vanno insieme leggeri al vento senza opporvi alcuna resistenza così come non hanno opposto alcuna resistenza alla passione che li ha travolti, attirano particolarmente l’ attenzione di Dante. Si tratta di Paolo e Francesca, che da come riferiscono gli antichi commentatori sarebbe stata figlia di Guido da Polenta signore di Ravenna , sposa di Gianciotto Malatesta signore di Rimin e cognata di Paolo.

Sarà Francesca a rispondere al desiderio di Dante di parlare con loro sia perché in questo canto la prevalenza è data alle donne sullo stile dei poemi cavallereschi che tanto avevano contribuito ad esaltare la passione anteponendola alla razionalità sia per la diffusione della poesia amorosa in voga in quel tempo. Sarà sempre Francesca a raccontare come è nato fra lei e Paolo quell’amor che nullo amato amar perdona, mentre Paolo e Dante saranno commossi fino alle lacrime fino, nel caso di Dante, allo svenimento. Questo perché, come osserva Cavaciuti, la donna è più forte dell’uomo, più realistica nell’andare oltre il livello del sentimento fino a raggiungere la sostanza ultima dell’essere. L’amore è comunque per Dante una forza che la morte non vince, forza infinita che va oltre la vita e che tiene uniti gli amanti perfino nella bufera infernale.

 

L’amore è , come quello della libertà, tema ricorrente nel poema dantesco che, come noto, si conclude proprio con il riferimento all’Amore divino, che move il sole e l’altre stelle. Già nel terzo canto sulla porta dell’Inferno ,che realisticamente si richiama alle porte di città medioevali che portavano incisioni beneauguranti, è scolpita una scritta terribile: attraverso questa porta si va nel luogo del dolore eterno senza alcuna speranza di salvezza. L’alto Fattore, nella tre persone divine, la divina Potestà, la somma Sapienza ed il primo Amore hanno tutte consentito l’Inferno perché la giustizia divina non ammette il trionfo del male.

Quanto al concetto trinitario, per altro già considerato nel commento al canto primo a proposito della figura del Veltro che caccerà la lupa-ingordigia, Cavaciuti ritiene che la divina Potestà debba intendersi non tanto come onnipotenza, illimitato potere a cui nulla e nessuno può sottrarsi, quanto come “ la facoltà di Essere operante, forza causante alla maniera di certe concezioni moderne- di cui Cavaciuti è noto studioso-, come quella ad es. di Maine de Biran, che a sua volta rimanda a Leibniz”.

La somma Sapienza è invece il nome del verbo di Dio ,di cui si parla nei libri Sapienziali, mentre il primo Amore è il nome della terza persona, nome peraltro, come osserva Cavaciuti “ come il nome più proprio di Dio in quanto tale”. Nome particolarmente ricorrente nei nostri tempi come appare dall’Enciclica di Papa Benedetto XVI Deus caritas est e, si può aggiungere, su cui insiste particolarmente l’attuale Papa Francesco che incentra tutta la sua azione pastorale sul tema della misericordia. Ma mentre l’amore divino , come dice ancora Cavaciuti è “ Primo, di cui gli altri amori sono come delle copie”, l’amore umano può degenerare in strumento di dannazione se non è congiunto come l’amore divino alla giustizia e alla verità. Dell’amore e della libertà, come scelta di vincere le passioni che rendono schiavi della inclinazione al male, Dante è l’eterno cantore, che non cessa di indicare all’uomo di ogni tempo la sua più autentica destinazione.

Stefania Zanardi      zanardi